domenica 11 agosto 2019

La Dama della Terra di Non Dove - Strofa 1 - La Mia Vita Sotto il Regime


Strofa 1

La Mia Vita Sotto il Regime

 Nel Mondo Civilizzato, io ero semplicemente nessuno. Non potrei nemmeno usare il termine con la N maiuscola perché davvero non esistevo agli occhi del 90% delle persone che mi circondavano. Per quanto la multinazionale si vantasse di garantire la felicità a tutti senza compromessi, la realtà dei fatti è che questa si basava su un solo principio: fedeltà assoluta al regime. Nel momento in cui sgarravi anche di una virgola, ecco che la felicità illusoria svaniva in un lampobotto.
 Il mio lavoro non era particolarmente stimolante. Ero impiegato in un ufficio call service dove rispondevo alle chiamate di cittadini che avevano bisogno di assistenza per i prodotti offerti dalla compagnia. Si trattava di ogni genere di richieste, dalla semplice spiegazione di come funzionasse uno smartphone fino alla riparazione di un elaborato impianto home theatre. Non avevo sentimenti nei confronti di quell'impiego, anche perché ci era proibito provare emozioni che non rientrassero nei parametri. Così mi dedicavo al lavoro senza mormorare, zitto, zitto, cacchio, cacchio, come tutti gli altri impiegati. La vita sarebbe scorsa tranquilla, nessuno mi avrebbe cercato e la felicità garantita dalla Matherley Company sarebbe rimasta inalterata.
 Non avevo particolari amici. Il concetto stesso di amicizia era alquanto vano nella Comunità Globalizzata, visto che le relazioni sociali erano superficiali e vuote come un piatto di pasta insipido: a vista squisito, ma fondamentalmente senza sapore. Anche quelli che consideravo “amici” faticavano a ricordarsi il mio nome e spesso e volentieri, le interazioni arrivavano al massimo al “ciao, buona giornata” per finire con “ciao, ci vediamo domani”. La confidenza era un concetto inesistente, visto che i cittadini avevano regole rigidissime da seguire in merito alla loro privacy. In compenso, sui social network tutti si rifacevano e postavano ogni genere di materiale che mettesse in evidenza quanto straordinaria fosse la loro esistenza. Se li incontravi di persona, a malapena sapevano farti un discorso riguardo al meteo, mentre su internet condividevano pensieri filosofici di una profondità sensazionale. Inoltre, tutte le loro foto ritraevano sempre una vita perfetta e priva d'imperfezioni, sfoggiando sorrisi smaglianti e il non plus-ultra del benessere. In altre parole, se i social network avessero corrisposto alla realtà, loro sarebbero stati l'incarnazione del paradiso divino.
 Di tutte queste pseudo persone che consideravo tra i miei contatti, nessuna aveva il minimo valore, ad eccezione di una ragazza che conoscevo (fortunatamente) sul posto di lavoro. Era addetta all'ufficio informazioni, qualche piano sopra al mio in termini di gerarchia aziendale. La conoscevo da tanti anni ben prima che arrivasse al suo incarico più elevato, quindi eravamo in confidenza perché aveva iniziato esattamente nel mio stesso reparto. Come potrete leggere dalle pagine che seguono, io ero un tipo abbastanza leggero e spensierato, non incline a prendere la vita sul serio e tanto meno a preoccuparmi del mio destino, quindi mi permettevo di giocare e scherzare con lei come non facevo con altre persone, nemmeno di sesso maschile. Ogni tanto la prendevo in giro, le raccontavo qualche storia buffa per farla sorridere e spesso ci dilungavamo in lunghe conversazioni semi-filosofiche che erano decisamente superiori alla media di conversazione tra cittadini della comunità globalizzata. Ero molto espansivo con lei, spesso vicino a valicare i limiti imposti dal rigido regime comportamentale, e amavo abbracciarla e flirtare con lei più che quasi tutte le altre attività che svolgevo nella mia strascicata esistenza. Non mi assillavano le conseguenze e tanto meno le possibili implicazioni di questa interazione visto che io ero uno scapestrato fuori di testa e senza interesse nel futuro, mentre lei era diligente e focalizzata sulla sua crescita personale. Un giorno avrebbe fatta carriera e non l'avrei mai più rivista e sarebbe rimasto nulla più di qualche foto scattata assieme. Oltre a questo, avrei ricordato ovviamente il suo nome; Agatha.
 Ora, miei cari attenti lettori, vi starete domandando dove conduce la mia narrazione e perché vi abbia introdotti a questa mia blanda vita senza speranza e prospettiva. Beh, è presto detto. Arrivò il giorno in cui cominciarono i tumulti sociali.
 Parecchi anni prima, era accaduto un blackout spaventoso che aveva mandato a trote tutto l'apparato della società e ci si era ritrovati in una sorta di anarchia apocalittica per diverse ore. Io non ero manco nato, ma coloro che lo ricordavano, lo descrivevano come l'Armageddon della Matherley Company. Fu tanto destabilizzante che cambiò radicalmente le strategie per il controllo mentale attuate dalla compagnia e distrusse decenni di sperimentazioni e affinamenti delle tecniche di manipolazione che erano state usate fino ad allora. Un tale Nathaniel De Cordier guidò una spedizione che permise ad un numero osceno di ribelli di fottersi delle auto cariche di preziosi oggetti del passato e svignarsela nella cosiddetta Nowhere Land, la Terra di Non Dove. Questa storia era per la maggiore censurata e revisionata dagli storici del regime, i quali tendevano a sminuire quanto realmente accaduto e farlo passare per un'esagerazione dovuta al passaparola, ma tutti sapevamo che era una macchia indelebile nel loro operato e un buco nella loro efficienza.
 Conscio di questa storia, ma non particolarmente dedito alle letture rivoluzionarie, passavo i miei giorni in ufficio sbattendomene i cabbasisi strascicando una maledetta happy hour dopo l'altra. I miei soli scopi erano: dormire, svegliarmi, mangiare, lavorare, tornare a casa, stravaccarmi sul divano e atrofizzare il gulliver con la spazzatura che trasmettevano alla telly e ricominciare il ciclo partendo dal dormire. In termini generali, ero un cittadino modello che non si lamentava mai, non contestava nessuno e più di ogni altra cosa, si drogava felicemente del pattume che gli rifilava il regime. Ad ogni modo, all'epoca non ero familiare con concetti astrusi e New Age come la Sincronicità. Voi poldi abitanti di una dimensione parallela forse avrete sentito parlare di cose tanto spaziali, quindi anche la Sincronicità potrebbe suonarvi familiare. Beh, per me, non lo era, eppure la stavo per vivere.
 Un giorno andai al lavoro come consuetudine nel grosso edificio post-moderno disegnato da un noto architetto della multinazionale. Era un obbrobrio osceno che sembrava partorito da Grande Puffo e Brontolone mentre si facevano di hashish, eppure veniva lodato come un capolavoro dell'architettura per il suo uso sapiente delle forme, probabilmente quelle di formaggio. All'ingresso, trovai uno stuolo di pattuglie della D.C.E., vale a dire il Dipartimento per il Controllo delle Emozioni, che stavano setacciando l'intero perimetro dell'edificio. Non era insolito che facessero dei raid per punzecchiare qualche dipendente che trafficava oggetti di valore emotivo, cose sciocche come un DVD o un libro, però quel giorno si erano smossi anche i grandi capi intabarrati e pieni di lustrini che di solito apparivano solo alle parate celebrative nelle grandi piazze. Andai subito a consultarmi con un collega per sentire una panoramica sugli accadimenti:
 -Pare che uno dei piani alti se la sia svignata – mi disse.
 -Svignata in che senso?
 -Non so molto. Chiedi al numero 735 al settimo piano.
 Salì al settimo piano, che guarda caso era quello dove lavorava la mia amica Agatha, e trovai un cordone di strisce di ogni colore che delimitava l'accesso al settore uffici. Tutti erano radunati in venerazione aspettando qualche news, ma i capoccia non sembravano inclini a divulgar notizie su ordine del Mega Presidente Onorevole.
 -Che succede? - chiesi io ingenuamente ad una tizia che stava lì accanto.
 -Un casino!
 -Che genere di casino?
 -Una donna è scappata con un sacco di documenti sensibili e classificati.
 -Ah sì?? Cos'erano: le ricette per i dolcetti lassativi?? - risposi io sarcastico.
 -Nono, roba seria. File e trafile di documenti con nomi e date.
 La conversazione non mi coinvolgeva. Tutto mi suonava sempre sciocco e blando come un tappetino del bagno umido dopo che ti sei fatto il bidet, quindi mi avviai di nuovo verso il mio ufficio al terzo piano dove avrei svolto il mio incarico di galoppino telefonico. Erano tutti super presi dalla questione del settimo piano, anche i miei colleghi, e non vi era modo di placare il suono delle chiacchiere che ridondava nelle mie orecchie. Aspettando la fatidica pausa pranzo, quei 45 minuti dove potevo scendere alla mensa e scherzare un po' con la mia amica Agatha, mi accinsi a svolgere il mio deprimente giobbe consapevole che mancavano solo 513 minuti e 23 secondi alla fine del giorno impiegatizio. Appena arrivai alla sala mensa, con mia grande sorpresa, scoprii che il tumulto non aveva tralasciato nemmeno quel luogo di santificato pettegolezzo dove ci si scambiavano le informazioni più significanti in merito al fattorino del 345 e la signora delle pulizie al decimo piano. Del resto, i passatempi erano limitati. Mi sedetti al tavolo e notai subito l'assenza di Agatha, un dettaglio questo che mi stupì visto che era la ragazza più puntuale del pianeta.
 -Hey ragazzi, avete vista Agatha?
 Manco avessi pronunciato il nome di una divinità sumera divoratrice di bambini, tutti si girarono verso di me con aria sconvolta e deturpata dal malessere digestivo.
 -Ma... non hai sentita la notizia?
 Io scendevo in quel momento sulla terra.
 -No. Che notizia?
 Dopo aver pronunciato accidentalmente il nome di quella dea antropofaga, ecco che la mia ignoranza venne additata come eresia pura e manifestazione di oltraggio al pubblico pettegolezzo.
 -Agatha se l'è svignata con un pacco di documenti compromettenti.
 Rimasi a bocca spalancata senza riuscire a dire Bal e nemmeno Astarte. Un secondo interlocutore si rivolse a me come ci si rivolgerebbe ad uno gnomo stitico:
 -Certo che tu non ne sai niente! Tu e lei eravate amici, vero? Sei fortunato a non esserti fatto coinvolgere. Lo vedevo negli occhi di quella lì, che ci aveva il piglio della ribelle.
 Incerto sul significato del mio paragone con lo gnomo stitico, rimasi impietrito mentre ne sentivo di tutte e di più in merito alla mia dolce amica. Nel giro di pochissime ore, era passata da rispettata direttrice del suo piano ad essere additata come la reincarnazione di Elizabeth Bathory, con voci e leggende campate per aria che la dipingevano come un'avida stronza opportunista che faceva il bagno nel sangue delle sue colleghe più giovani per mantenere un posto di rilievo davanti al Capo Supremo. Dicevano che si fosse fregata quei documenti per ricattare la compagnia e distruggerla e che se la D.C.E. l'avesse trovata, l'avrebbero arsa sul rogo come si faceva con le streghe nel medioevo.
 Non ne potevo più di ascoltare quelle fesserie e senza nemmeno dire qualcosa come “arrivederci”, “buona giornata” o “spero che vi venga la diarrea cronica”, mi alzai dal tavolo disgustato e corsi a chiudermi in bagno per lo shock. Va detto che io non avevo mai provata quella sensazione scioccante prima d'allora, mai capitato di sentire il cuore che svalvolava e i pistoni che pistonavano. Mi sedetti sul gabinetto e rimasi chiuso per 25 minuti fino a quando non mi chiamarono per rientrare in ufficio. Svolsi le ore rimanenti di lavoro come fossi morto e appena scorsi il pass per uscire, camminai verso casa senza nemmeno rendermi conto del tragitto e vagando per tutta la città.

 Chiudendo questo primo capitolo, ci tengo miei cari affezionatissimi lettori a spronarvi e immaginare lo stato emotivo più devastante che si possa sviluppare in un mondo dove la depressione e la tristezza sono vietate. Immaginate di voler piangere, ma non siete autorizzati a farlo. Immaginate di voler gridare con tutto il fiato in gola, ma le autorità ve lo vietano. E infine, pensate a quell'amica che fino al giorno prima davate per scontata come la consuetudine più garantita della vostra giornata impiegatizia e immaginate che d'improvviso assuma un valore completamente nuovo. Ecco, così è come mi sentivo io mentre vagavo per la città come Rob Zombie.

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