Nel
Mondo Civilizzato, io ero semplicemente nessuno. Non potrei nemmeno usare il
termine con la N maiuscola perché davvero non esistevo agli occhi del 90% delle
persone che mi circondavano. Per quanto la multinazionale si vantasse di
garantire la felicità a tutti senza compromessi, la realtà dei fatti è che
questa si basava su un solo principio: fedeltà assoluta al regime. Nel momento
in cui sgarravi anche di una virgola, ecco che la felicità illusoria svaniva in
un lampobotto.
Il mio lavoro non era particolarmente
stimolante. Ero impiegato in un ufficio call service dove rispondevo alle
chiamate di cittadini che avevano bisogno di assistenza per i prodotti offerti
dalla compagnia. Si trattava di ogni genere di richieste, dalla semplice
spiegazione di come funzionasse uno smartphone fino alla riparazione di un
elaborato impianto home theatre. Non avevo sentimenti nei confronti di
quell'impiego, anche perché ci era proibito provare emozioni che non
rientrassero nei parametri. Così mi dedicavo al lavoro senza mormorare, zitto,
zitto, cacchio, cacchio, come tutti gli altri impiegati. La vita sarebbe scorsa
tranquilla, nessuno mi avrebbe cercato e la felicità garantita dalla Matherley
Company sarebbe rimasta inalterata.
Non avevo particolari amici. Il
concetto stesso di amicizia era alquanto vano nella Comunità Globalizzata,
visto che le relazioni sociali erano superficiali e vuote come un piatto di
pasta insipido: a vista squisito, ma fondamentalmente senza sapore. Anche
quelli che consideravo “amici” faticavano a ricordarsi il mio nome e spesso e
volentieri, le interazioni arrivavano al massimo al “ciao, buona giornata” per
finire con “ciao, ci vediamo domani”. La confidenza era un concetto
inesistente, visto che i cittadini avevano regole rigidissime da seguire in
merito alla loro privacy. In compenso, sui social network tutti si rifacevano e
postavano ogni genere di materiale che mettesse in evidenza quanto
straordinaria fosse la loro esistenza. Se li incontravi di persona, a malapena
sapevano farti un discorso riguardo al meteo, mentre su internet condividevano
pensieri filosofici di una profondità sensazionale. Inoltre, tutte le loro foto
ritraevano sempre una vita perfetta e priva d'imperfezioni, sfoggiando sorrisi
smaglianti e il non plus-ultra del benessere. In altre parole, se i social
network avessero corrisposto alla realtà, loro sarebbero stati l'incarnazione
del paradiso divino.
Di tutte queste pseudo persone che
consideravo tra i miei contatti, nessuna aveva il minimo valore, ad eccezione
di una ragazza che conoscevo (fortunatamente) sul posto di lavoro. Era addetta
all'ufficio informazioni, qualche piano sopra al mio in termini di gerarchia
aziendale. La conoscevo da tanti anni ben prima che arrivasse al suo incarico
più elevato, quindi eravamo in confidenza perché aveva iniziato esattamente nel
mio stesso reparto. Come potrete leggere dalle pagine che seguono, io ero un
tipo abbastanza leggero e spensierato, non incline a prendere la vita sul serio
e tanto meno a preoccuparmi del mio destino, quindi mi permettevo di giocare e
scherzare con lei come non facevo con altre persone, nemmeno di sesso maschile.
Ogni tanto la prendevo in giro, le raccontavo qualche storia buffa per farla
sorridere e spesso ci dilungavamo in lunghe conversazioni semi-filosofiche che
erano decisamente superiori alla media di conversazione tra cittadini della
comunità globalizzata. Ero molto espansivo con lei, spesso vicino a valicare i
limiti imposti dal rigido regime comportamentale, e amavo abbracciarla e
flirtare con lei più che quasi tutte le altre attività che svolgevo nella mia
strascicata esistenza. Non mi assillavano le conseguenze e tanto meno le
possibili implicazioni di questa interazione visto che io ero uno scapestrato
fuori di testa e senza interesse nel futuro, mentre lei era diligente e
focalizzata sulla sua crescita personale. Un giorno avrebbe fatta carriera e
non l'avrei mai più rivista e sarebbe rimasto nulla più di qualche foto
scattata assieme. Oltre a questo, avrei ricordato ovviamente il suo nome; Agatha.
Ora, miei cari attenti lettori, vi
starete domandando dove conduce la mia narrazione e perché vi abbia introdotti
a questa mia blanda vita senza speranza e prospettiva. Beh, è presto detto.
Arrivò il giorno in cui cominciarono i tumulti sociali.
Parecchi anni prima, era accaduto un
blackout spaventoso che aveva mandato a trote tutto l'apparato della società e
ci si era ritrovati in una sorta di anarchia apocalittica per diverse ore. Io
non ero manco nato, ma coloro che lo ricordavano, lo descrivevano come
l'Armageddon della Matherley Company. Fu tanto destabilizzante che cambiò
radicalmente le strategie per il controllo mentale attuate dalla compagnia e
distrusse decenni di sperimentazioni e affinamenti delle tecniche di
manipolazione che erano state usate fino ad allora. Un tale Nathaniel De
Cordier guidò una spedizione che permise ad un numero osceno di ribelli di
fottersi delle auto cariche di preziosi oggetti del passato e svignarsela nella
cosiddetta Nowhere Land, la Terra di Non Dove. Questa storia era per la
maggiore censurata e revisionata dagli storici del regime, i quali tendevano a
sminuire quanto realmente accaduto e farlo passare per un'esagerazione dovuta
al passaparola, ma tutti sapevamo che era una macchia indelebile nel loro
operato e un buco nella loro efficienza.
Conscio di questa storia, ma non
particolarmente dedito alle letture rivoluzionarie, passavo i miei giorni in
ufficio sbattendomene i cabbasisi strascicando una maledetta happy hour dopo
l'altra. I miei soli scopi erano: dormire, svegliarmi, mangiare, lavorare,
tornare a casa, stravaccarmi sul divano e atrofizzare il gulliver con la
spazzatura che trasmettevano alla telly e ricominciare il ciclo partendo dal
dormire. In termini generali, ero un cittadino modello che non si lamentava
mai, non contestava nessuno e più di ogni altra cosa, si drogava felicemente
del pattume che gli rifilava il regime. Ad ogni modo, all'epoca non ero
familiare con concetti astrusi e New Age come la Sincronicità. Voi poldi
abitanti di una dimensione parallela forse avrete sentito parlare di cose tanto
spaziali, quindi anche la Sincronicità potrebbe suonarvi familiare. Beh, per
me, non lo era, eppure la stavo per vivere.
Un giorno andai al lavoro come
consuetudine nel grosso edificio post-moderno disegnato da un noto architetto
della multinazionale. Era un obbrobrio osceno che sembrava partorito da Grande
Puffo e Brontolone mentre si facevano di hashish, eppure veniva lodato come un
capolavoro dell'architettura per il suo uso sapiente delle forme, probabilmente
quelle di formaggio. All'ingresso, trovai uno stuolo di pattuglie della D.C.E.,
vale a dire il Dipartimento per il Controllo delle Emozioni, che stavano
setacciando l'intero perimetro dell'edificio. Non era insolito che facessero
dei raid per punzecchiare qualche dipendente che trafficava oggetti di valore
emotivo, cose sciocche come un DVD o un libro, però quel giorno si erano smossi
anche i grandi capi intabarrati e pieni di lustrini che di solito apparivano
solo alle parate celebrative nelle grandi piazze. Andai subito a consultarmi
con un collega per sentire una panoramica sugli accadimenti:
-Pare che uno dei piani alti se la
sia svignata – mi disse.
-Svignata in che senso?
-Non so molto. Chiedi al numero 735
al settimo piano.
Salì al settimo piano, che guarda
caso era quello dove lavorava la mia amica Agatha, e trovai un cordone di
strisce di ogni colore che delimitava l'accesso al settore uffici. Tutti erano
radunati in venerazione aspettando qualche news, ma i capoccia non sembravano
inclini a divulgar notizie su ordine del Mega Presidente Onorevole.
-Che succede? - chiesi io
ingenuamente ad una tizia che stava lì accanto.
-Un casino!
-Che genere di casino?
-Una donna è scappata con un sacco
di documenti sensibili e classificati.
-Ah sì?? Cos'erano: le ricette per i
dolcetti lassativi?? - risposi io sarcastico.
-Nono, roba seria. File e trafile di
documenti con nomi e date.
La conversazione non mi coinvolgeva.
Tutto mi suonava sempre sciocco e blando come un tappetino del bagno umido dopo
che ti sei fatto il bidet, quindi mi avviai di nuovo verso il mio ufficio al
terzo piano dove avrei svolto il mio incarico di galoppino telefonico. Erano
tutti super presi dalla questione del settimo piano, anche i miei colleghi, e
non vi era modo di placare il suono delle chiacchiere che ridondava nelle mie
orecchie. Aspettando la fatidica pausa pranzo, quei 45 minuti dove potevo
scendere alla mensa e scherzare un po' con la mia amica Agatha, mi accinsi a
svolgere il mio deprimente giobbe consapevole che mancavano solo 513 minuti e
23 secondi alla fine del giorno impiegatizio. Appena arrivai alla sala mensa,
con mia grande sorpresa, scoprii che il tumulto non aveva tralasciato nemmeno
quel luogo di santificato pettegolezzo dove ci si scambiavano le informazioni
più significanti in merito al fattorino del 345 e la signora delle pulizie al
decimo piano. Del resto, i passatempi erano limitati. Mi sedetti al tavolo e
notai subito l'assenza di Agatha, un dettaglio questo che mi stupì visto che
era la ragazza più puntuale del pianeta.
-Hey ragazzi, avete vista Agatha?
Manco avessi pronunciato il nome di
una divinità sumera divoratrice di bambini, tutti si girarono verso di me con
aria sconvolta e deturpata dal malessere digestivo.
-Ma... non hai sentita la notizia?
Io scendevo in quel momento sulla
terra.
-No. Che notizia?
Dopo aver pronunciato
accidentalmente il nome di quella dea antropofaga, ecco che la mia ignoranza
venne additata come eresia pura e manifestazione di oltraggio al pubblico
pettegolezzo.
-Agatha se l'è svignata con un pacco
di documenti compromettenti.
Rimasi a bocca spalancata senza
riuscire a dire Bal e nemmeno Astarte. Un secondo interlocutore si rivolse a me
come ci si rivolgerebbe ad uno gnomo stitico:
-Certo che tu non ne sai niente! Tu
e lei eravate amici, vero? Sei fortunato a non esserti fatto coinvolgere. Lo
vedevo negli occhi di quella lì, che ci aveva il piglio della ribelle.
Incerto sul significato del mio
paragone con lo gnomo stitico, rimasi impietrito mentre ne sentivo di tutte e
di più in merito alla mia dolce amica. Nel giro di pochissime ore, era passata
da rispettata direttrice del suo piano ad essere additata come la
reincarnazione di Elizabeth Bathory, con voci e leggende campate per aria che
la dipingevano come un'avida stronza opportunista che faceva il bagno nel
sangue delle sue colleghe più giovani per mantenere un posto di rilievo davanti
al Capo Supremo. Dicevano che si fosse fregata quei documenti per ricattare la
compagnia e distruggerla e che se la D.C.E. l'avesse trovata, l'avrebbero arsa
sul rogo come si faceva con le streghe nel medioevo.
Non ne potevo più di ascoltare
quelle fesserie e senza nemmeno dire qualcosa come “arrivederci”, “buona
giornata” o “spero che vi venga la diarrea cronica”, mi alzai dal tavolo
disgustato e corsi a chiudermi in bagno per lo shock. Va detto che io non avevo
mai provata quella sensazione scioccante prima d'allora, mai capitato di
sentire il cuore che svalvolava e i pistoni che pistonavano. Mi sedetti sul
gabinetto e rimasi chiuso per 25 minuti fino a quando non mi chiamarono per
rientrare in ufficio. Svolsi le ore rimanenti di lavoro come fossi morto e
appena scorsi il pass per uscire, camminai verso casa senza nemmeno rendermi
conto del tragitto e vagando per tutta la città.
Chiudendo questo primo capitolo, ci
tengo miei cari affezionatissimi lettori a spronarvi e immaginare lo stato
emotivo più devastante che si possa sviluppare in un mondo dove la depressione
e la tristezza sono vietate. Immaginate di voler piangere, ma non siete
autorizzati a farlo. Immaginate di voler gridare con tutto il fiato in gola, ma
le autorità ve lo vietano. E infine, pensate a quell'amica che fino al giorno
prima davate per scontata come la consuetudine più garantita della vostra
giornata impiegatizia e immaginate che d'improvviso assuma un valore
completamente nuovo. Ecco, così è come mi sentivo io mentre vagavo per la città
come Rob Zombie.

Coinvolgente! Per chi ha gia'familiarizzato con la Terra di Non Dove e con gli Emotion Seekers etc....gia questo primo capitoloi ri-immerge in quella dimensione reale e surreale alle stesso tempo. Non vedo l'ora di leggere tutta la nuova storia.
RispondiEliminaCristina